martedì 13 marzo 2012

3 stanze

Sarà pubblicato entro il 21 marzo. Aspetta, per favore.

sabato 18 febbraio 2012

UN CHAT DANS UN APPARTEMENT VIDE


MOURIR. IL NE FAUT PAS FAIRE CELA À UN CHAT.
 QUE PEUT-IL FAIRE
DANS UN APPARTEMENT VIDE ?
 GRIMPER AUX MURS
 SE FROTTER CONTRE LES MEUBLES? APPAREMENT RIEN N’A CHANGÉ
 ET POURTANT RIEN N’EST PAREIL.AD UN GATTO
 RIEN N’A ÉTÉ DÉPLACÉ
 ET POURTANT RIEN N’EST EN PLACE.
 ET LE SOIR PAS DE LAMPE ALLUMÉE.
 UN BRUIT DE PAS DANS L’ESCALIER
 MAIS CE N’EST PAS LE BON.
 UNE MAIN
MET LE POISSON DANS L’ASSIETTE
 MAIS CE N’EST PAS LA BONNE.
 QUELQUE CHOSE NE COMMENCE PAS
 À L’HEURE HABITUELLE,
 QUELQUE CHOSE NE SE PASSE PAS
 COMME CELA DEVRAIT.
 QUELQU’UN ÉTAIT LÀ DEPUIS TOUJOURS
 ET SOUDAIN N’EST PLUS
 S’OBSTINANT À RESTER DISPARU.
 ON A FURETÉ DANS LES ARMOIRES
 FOUILLÉ LES ÉTAGÈRES
 ON S’EST FAUFILÉ SOUS LE TAPIS
POUR VÉRIFIER.
 ON A MÊME BRAVÉ L’INTERDIT
EN ALLANT AU BUREAU
 ET EN METTANT LES PAPIERS EN DÉSORDRE 
 QUE FAIRE MAINTENANT ?
 DORMIR ET ATTENDRE.
 ATTENDRE QU’IL REVIENNE  S’IL OSE!
 ET LUI FAIRE SAVOIR
QU’ON NE FAIT PAS ÇA À UN CHAT.
 ON AVANCERA VERS LUI
 L’AIR DÉTACHÉ UN PEU HAUTAIN
 EN FAISANT SEMBLANT DE NE PAS LE VOIR.
 ON MARCHERA TRÈS LENTEMENT
 LA PATTE BOUDEUSE
 ET SURTOUT PAS UN BOND
PAS UN RONRON,
 DU MOINS AU DÉBUT

                                                            wislawa szymborska


giovedì 9 febbraio 2012

Ho scoperto questa poetessa polacca perché raccontava storie sulle cipolle.  E perché si è addormentata da poco. Si chiamava Wisława Szymborska.
E' come se avesse scritto storie con un pennino intinto nel succo di limone. Forse ancora più belle a voler ritagliare le parole che le compongono, una alla volta, con gentilezza, e fissare la pagina bianca pensando ad ogni lettera come uno scudo che nascondeva il suo opposto, troppo fragile per stare allo scoperto lì, in bilico su un foglio.
Una cosa per chi ancora legge con le candele e si perde guardando la fiamma. 




DEVO MOLTO A QUELLI CHE NON AMO

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l'amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l'amore non capisce,
perdono
ciò che l'amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

«Non devo loro nulla» -
direbbe l'amore
su questa questione aperta.
                                                        W. Szymborska


domenica 18 dicembre 2011

Il ragno



C'era il cielo e sotto il mare, con due onde come mani che custodiscono un segreto; forse un grillo o un uccellino o una barca mezzo infradicita di pescatori tutti intirizziti.

Al timone stava Nino col maglione di lana grossa sporco di ruggine, gli stivali rovinati. In una mano teneva la ruota di legno, nell'altra una carta piena di piccole pieghe - di quelle che si formano sulle mappe e agli angoli degli occhi, fruscianti e morbide - ed in testa, subito sotto la fronte abbronzata, Nina.

Nina che l'aspetta al porto, dritta come un chiodo coi capelli al vento contro il collo, verso il mare. Non riescono a stare fermi dalla contentezza, ridono confusi.
Lei è bella, così piena di sorrisi e pensieri aggrovigliati, con la gonna rosso scuro sulle pietre umide del molo, tra cassette di legno e sangue vecchio e lenze a rocchetti e sangue fresco e sugheri e reti abbarbicate sulle cime attorno a bitte di ferro.
Ancora un pò e si respireranno, leccandosi via le lacrime. La sentirà contro le guance nascoste dalla barba di due mesi ed a sera non avranno paura che il mare li sorprenda lontani. Nino e Nina, legni scricchiolanti stretti stretti allo stesso fianco mentre la notte salpa e la brezza scosta d'un palmo la tenda leggera che esita incerta, un pò imbarazzata, ma non può nasconderli per sempre al giorno. E si avverte mentre sfiora i mattoni e le persiane di vernice verde spessa che, un altro inverno ancora, poi andrà ripresa.
Quante parole non dette in quei nodi parlati alla gola.

Un gatto che passava di là vide tutto. Aveva perso un topolino per un soffio e quello tutto felice d'esser ancora d'un pezzo, gli faceva marameo dall'oblò del "S.Michael", battello vecchio e squadrato pieno di cime limacciose, quando su una di quelle cadde rompendosi i denti, diventando più pezzi.
A quella scena un gabbiano - a modo suo - rise.
E' strana la risata dei gabbiani, grossa e grigia, un pò ruvida, sa di pelle di pescecane.
Una vecchietta affacciata alla finestra a mangiare uno spicchio d'arancio, nel sentirla si spaventò e fece cascare la scorza profumata.
Era una spirale quasi perfetta e finì ai piedi di Mattè che ha tante cose da fare o almeno crede, anzi spera. Vorrebbe e non si acccontenta mai. Neppure pensa a quello che potrebbe soddisfarlo perchè ecco che come il vento è già cambiato ed in questa indeterminatezza così viva cresce.
Da un pò ha però iniziato a vedere cose strane negli occhi della gente, cose che a volte lo spaventano o rattristano, altre gli danno quel brivido che provano i giovani amanti, ladri di  baci e carezze di ladri.
Non vorrebbe dar loro peso, ma quelle, ostinate, più le metti via e più tornano, finchè non ottengono attenzione.

Come quella volta che aveva mangiato un dolce di pasta di mandorle poco lavorate e zucchero a pioggia sopra. Ogni pasticceria degna di questo nome ne vendeva almeno di tre tipi, anche se i più buoni li facevano le monache di San Michele.
Era un gusto che Mattè conosceva come le sue tasche, ma c'era dell'altro. Prima un granello, poi un filo si era insinuato tra gli altri sapori. Così il dolce era lo stesso, ma completamente diverso. E lui doveva scoprire cosa fosse a scompigliarlo. Gli sembrava di non poter avere pace senza sapere. Rischiava di perdere qualcosa di importante che già aveva dentro e si sarebbe dischiuso solo con la chiave giusta, diventando suo, utilizzabile. Afferrò il filo tra i tanti ed iniziò a districarlo con la lingua frugando tra i ricordi. Da dove veniva?
Gli sembrava di impazzire quando notò una decorazione insolita, un pezzetto come di legno a fingere il picciolo della mandorla. Lo sfiorò appena con la lingua. Era come morire e poi salvarsi, l'aveva trovato. Erano chiodi di garofano.

Ecco, quella cosa negli occhi degli adulti aveva la stessa capacità di non lasciarlo in pace.

Da piccolo pensava che i grandi fossero sempre stati così. Questo lo consolava. Nel bene e nel male non erano mai stati altro da come lui li vedeva in quel momento.
Poi il dubbio: magari erano tutti bambini mangiati dalla salsedine della vita, erosi dai compromessi (non tanto con gli altri, ma con se stessi).
Un giorno credi una cosa, il giorno dopo non puoi crederla più - magari hai assaggiato i chiodi di garofano - ed allora non puoi più dire: questo è bianco, quello è nero o che i dolci di mandorle li conosci tutti come le tue tasche.

La prima reazione fu di meraviglia, non sarebbe mai mancata la brezza capace di aprire porte su stanze inesplorate dentro di lui. Poi si rese conto di quanto perdeva: non poteva più giudicare, spavaldo ed un pizzico arrogante,  quale tra i dolci fosse il migliore, quello giusto ché sempre il suo quadro sarebbe stato paurosamente incompleto.
Dove avrebbe trovato la forza di dare aggettivi che non cambiassero con troppa frequenza, trascinando le immagini che aveva del mondo, le radici delle sue decisioni?
Provava nausea solo ad immaginare che il discorso potesse estendersi anche a cose più complesse del dessert.
Quando il nido dell'evidenza non ci evita più di cadere ai piedi nodosi delle nostre idee, capiamo se meritiamo di volare. O se siamo fatti solo per restare a guardare.
E tu, Mattè? Fai qualcosa o te la dai a gambe?
Non sei più una monarchia di desideri, ma scopri i molti dentro di te e magari diventi più saggio oppure rallenti e ti blocchi, perdi l'occasione. Ti dispiace e ti fai amaro o ruvido e non vuoi essere levigato, ma consolato per quello che hai perso senza nemmeno renderti conto di come sia successo e credi che nessuno abbia le braccia abbastanza lunghe per abbracciarti, non del tutto.
In realtà non è così lucido, vede solo un'ombra di ciò che sente.
Certi pensieri sono gemme che l'acqua del tempo lava a fatica dai detriti di noi.
Per farla breve, è preso da una gran paura, ma non è questo il punto. Lui trabocca. Ecco perché si trova al porto.

Aveva deciso di far visita a due vecchie signore, due sorelle, delle streghe di mare che vivevano in una casa dai muri consumati vicino al porto. L'ingresso dava su una piazzetta sopraelevata rispetto alla strada, cui era legata - al modo in cui i sortilegi uniscono certi posti con la realtà- da piccole scale di pietra levigata da passi perduti ed un oleandro lasciato crescere selvaggio al centro.
C'era chi giurava di averle sentite ridere di gusto in faccia ad urla strazianti e deliranti agonie. Giravano tante storie: si diceva che  molti marinai, superstiti da rabbiose tempeste, straziati dai mostri del mare in lugubri notti di nebbia, non riuscendo più a tornare in mare, per non parlare di chiudere occhio la sera, si fossero rivolti loro per farsi cavar via le paure. Lo stesso avevano fatto giovani uomini prima di andare alla guerra: loro però lasciavano anche i pensieri più teneri (e non solo quelli) alle amate, prima di smarrirne il ricordo in battaglia.
Le sorelle tappavano tutto in una fiaschetta e come pegno esigevano un ricordo a loro piacere tra quelli sfiorati.

Avviandosi verso la soglia, Mattè riflette su cosa travasare: tanti dei molti dentro di sé, le alternative, le immagini di mille strade appena intraviste e quelle a tratti percorse insieme a compagni persi per sempre, magari la paura della morte. Deve versarsi da qualche parte per non aversi più in mente, non troppo, per abbandonare ogni cosa senza lasciar andare nulla. Si meraviglia scoprendosi antico.
Scostata la tenda, oltre la persiana, lo accoglie odore di scialli ammuffiti ed una penombra agrodolce che sa di fritto. Rabbrividendo, non ostante tutto sta per bussare sull'anta scrostata quando gli viene in mente la volta che  il nonno gli ha insegnato come si sbuccia un'arancia.

E se le due vecchie avessero preteso proprio quello e se lui avesse deciso di concederglielo e loro non avessero capito ogni raggio che la luce di quel ricordo emanava? Sarebbe stato - non gli veniva in mente altra parola - un  peccato.
Non era un evento importante di per sè, ma era parte di lui, come la paura di tutto quello che striscia, le storie gridate a gran voce e quelle sussurrate appena, i disegni disegnati sulla carta ingiallita ed i suoni suonati con il violino del padre, l'odore dolce del tabacco sulle dita ed il fumo acre che esce dal naso e un po' t'intontisce, la voglia di lasciarsi andare ed il desiderio di sentirsi tenuti, le cose credute e quelle regalate, i soldatini dipinti ed i visi smarriti.

Eccolo che torna indietro passando per il molo che dà a ponente. Ha volato, un pochino. In realtà si è solo vol(t)ato, lontano da una scorciatoia che allunga il cammino, accompagnato dalla sensazione di un ghigno ed occhi brillanti sulla nuca, mentre offre le spalle alla tenda.
Ha in tasca le mani che sgranano il tempo e prova a fischiare senza troppo successo per farsi la forza che non sente di avere. La comprerà mettendo se stesso, ogni errore di valutazione pagato con schegge di sogni e frammenti di disillusione. Spera di essere abbastanza ricco per il giorno in cui arriverà il conto.

Incrocia il riccio di arancia visto all'andata. Ora gli sembra così diverso. La sente più vicina quella buccia piegata, sente anche in lei il rosario dei giorni trascorsi a diventare arancia, i fili di sole tesi tra nodi di pioggia.

E sotto una grondaia sopra una botte tra due muri che sembrano non custodire alcun segreto sta un ragno che tesse curioso, ma non per prender le mosche. Fila le storie portate dalla brezza di terra che spira la sera. Sta li accoccolato sulle lunghe zampe eleganti aspettando, un po' ingordo, la prossima storia che lo faccia vibrare.

Due fili, un nodo
due fili, un quadrato
due fili, una notte
e un altro giorno è passato.

Sfrush

domenica 30 agosto 2009

Tanino

Prese un'altro pezzo di cioccolato dalla dispensa e se lo ficcò in bocca. Lo trovava delizioso, denso e pieno. Era come mille carezze. La stanza era vuota, ma si sentiva osservato. Credeva di sapere chi o cosa fosse. Trattenne il fiato e tese l'orecchio cercando qualche indizio che tradisse l'arrivo dei genitori. Niente. 

Gaetano, per gli amici Tanino (un nome a parer di molti talmente in contrasto con l'evidenza dei fatti da apparire ridicolo) aveva tredici anni, era figlio unico e pesava come una squadra di calcetto, simpatico modo di tracciare una lieve linea nera intorno alla sua infelice anche se morbidissima vita. 
Il destino a volte gioca proprio dei brutti tiri e così, lo stesso bimbo che di lì a pochi anni sarebbe stato additato per le vie del paese come la prova tangibile delle facoltà metempsicotiche del buddha, era nato con una terribile malformazione dell'anima: era sensibile e la sensibilità, si sa, se non educata, se lasciata crescere selvatica può condurre alla solitudine ed al dolore. Aveva un ottima vista, un olfatto sviluppatismo, un buon orecchio e la capacità di intuire velocemente i pensieri della gente, ma il vero ponte tra la sua anima ed il mondo si faceva strada attraverso le labbra in rosei sentieri  papillari ed intricati percorsi di gusto.

Come impedirgli dunque di mangiare se era forse l'unico al mondo a sentire davvero, a vivere il miracolo della terra in un acino di uva ben matura, ad avvertire le carezze del vento tra le spighe di giugno nella fragranza di un tozzo di pane, a capire il perchè dei colori di un minestrone ad occhi chiusi, la schiuma ed il movimento del mare intero in un trancio di tonno alla brace, ad inspirare il sole ed il deserto arido della polpa dolce dei datteri.
Sarebbe stato come impedire ai pesci di nuotare, agli uccelli di volare, al sole di sorgere ed agli amanti di amare. Sarebbe stata la cosa più crudele al mondo, il peccato originale del sentirsi in colpa per aver colto il frutto di vivere. Era evidentemente impossibile.

Così Tanino divenne grasso in un modo che suscitava imbarazzo in chi lo incrociava per strada, peggio, restò solo: il suo corpo non provocava le risa della gente. Nei loro occhi scorgeva altro. E pagava i suoi debiti con Dio e la vita. Rimborsava il mutuo acceso per il dono del gusto assoluto che gli consentiva di riconoscere note di sapori, in piccole e comode rate di consapevolezza che puntualmente arrivavano al momento di comprare i pantaloni nuovi.

E la commessa al negozio di jeans non sapeva, prima ancora di portarli, che quel paio sarebbe stato stretto?Oh, si che lo sapeva. Magari si divertiva nel vedere le facce dei bimbi grassi stritolati da pantaloni di due taglie più piccole. Ma è il suo lavoro, si diceva, a nessuno piace far stare gli altri così male. A nessuno.
Mancava l'aria in quei camerini. A volte era vero, altre arrossiva semplicemente per vergogna, si disperava nel tentativo di entrare tutto nella circonferenza di cotone grezzo, tra bottone e cerniera. Oh, quel bottone!Sarebbe saltato da un momento all'altro, ne era certo. E tutti avrebbero riso. Un bel piatto di riso fatto di chicchi di lacrime sue. Anche sua madre. No, non sarebbe successo se fosse riuscito a trattenere il fiato abbastanza a lungo. 

Così arrossiva, anzi, si violava e solo in parte per il colore della faccia ed i goccioloni di sudore.

La sua anima (questo, però, avrebbe avuto modo di capirlo solo molti anni dopo) era troppo gracile per sostenere il peso di tutti quegli sgaurdi, di quel compassionevole disprezzo. Così si piegava su se stesso. Si sentiva vuoto ed aveva fame, in continuazione. Ed in continuazione mangiava per quel perverso meccanismo che ci impedisce a volte di distnguere tra i bisogni dello spirito e quelli del corpo. Sgranocchiava affetto dai biscotti, sbocconcellava amicizia, degustava calore, copriva la disperazione di zucchero a velo, perchè in un deserto di neve si ammira la neve e ci si dimentica il deserto. 

Più mangiava, più si sentiva in colpa per l'aver mangiato e più s'ingozzava, doveva farlo per riempire la voragine che vedeva nelle cose, il burrone ed i precipizi di nulla che aveva dentro e che gli sorridevano, voci cavernose e nere e pastose che lo solleticavano piano all'ombelico e poi tiravano e si arrampicavano su per l'intestino e lo stomaco e la gola fino a guardarlo diritto negli occhi con sorrisi enormi dalle orbite vuote.
Vi siete mai trovati con l'abisso, la voragine nera alla gola? Tanino sì e tentava di spingerla giù, di farla scivolare lanciandole tutto quello che trovava in giro, maledicendo la sua fame, la fame del mondo, la fame che abbiamo.
Si sorprendeva a volte a mangiare addirittura senza appetito, insensibile ai sapori che solo sapevano dargli gioia, nauseato da se stesso, con le lacrime a rigargli il viso nella penombra della cucina infuocata d'agosto.

Adesso era a casa da solo e di nuovo sentiva montare dentro quella sensazione.

Il tempo passava flaccido, la tv non dava niente di interessante. Era troppo tardi per un'altra merenda e troppo presto per la cena, così iniziò a gironzolare per casa.
Apriva i cassetti in cerca di niente, spinto da quel languorino che a volte fa grandi gli uomini, altre li rovina, mai li sazia e sempre li cambia e che spesso liquidiamo, in assenza di parole che meglio lo rappresentino, come curiosità.
Aveva scoperto, in quei giorni di caldo asfissiante, come uno spiffero, un soffio leggero di aria fresca provenire dal retro di un mobile antico, vecchio abitante della stanza ormai polverosa e 
vuota dei nonni. Provò a spostarlo, ma il vecchio non ne voleva sapere di muoversi. Spinse con le braccia e la schiena e ad un certo punto addirittura si distese per far leva con le gambe ricoprendosi di una soffice panatura di polvere, ma non ottenne risultati.
In compenso gli vennero in mente certe cotolette che faceva la mamma la domenica e stava per uscire dalla stanza, richiamato da luci ed odori della strada finiti, chissà come, in casa attraverso le persiane, quando notò per caso - o per una cospirazione dell'universo - un volume appartenuto al nonno, studioso di antiche civiltà e religioni tra le più strampalate. Iniziava così:

"Se nella cultura occidentale è universalmente accettato il sacrificio di Cristo che dona il suo corpo di vera carne affinchè lo mangiamo, perchè gridare allo scandalo pensando ai riti dei maya che, al contrario offrivano ai loro dei prelibati manicaretti a base di certamente meno pregiata carne umana pur di placare i loro vendicativi appetiti?
E' più impagnativo forse mangiare che l'essere mangiati? La consapevolezza riveste un ruolo senza dub....."
Tanino sorrise, altrochè se lo era, si chiese però se gli dei dei maya mettessero sù ciccia. Sorise di nuovo. La storia continuava cambiando discorso ed analzzando la complessa struttura sociale all'interno delle società precolombiane.
Il ragazzo rimase affscinato a tal punto che non si accorse nemmeno dell'arrivo del padre dal lavoro e della madre che preparava la cena. 

Si rifiutò addirittura di mangiare e non dormì per tre giorni di fila evitando accuratamente i genitori. 
Mille domande affollavano la sua mente. Si chiedeva perchè, come, quando ed ancora come, si meravigliava, rideva e piangeva all'idea che ci fosse altro aldilà del cibo che lo entusiasmasse a tal punto, che riuscisse a cacciare i suoi demoni, ad annullare i giudizi della gente, annichilire il senso di colpa che tutte le società mediocri cercano di imprimere nei loro figli eccezzionali. E lui era eccezionale, eccezionalmente grasso e giovane. 

Lesse quella storia e molte altre ancora e poichè, come si sa, l'appetito vien mangiando, non perse mai occasione, negli anni che seguirono, di procurarsi qualche libro da sgranocchiare per placare la nuova fame che lo attanagliava, la fame di sapere e conoscere e capire se stesso e gli altri uomini attraverso la storia.
Ne fece il suo mestiere e la "tavola" divenne un hobby, un allegro passatempo da condividere con gli altri, mai più solo. Ed il cibo aveva un altro sapore quando non era necessario per non sentirsi vuoto e donava la gioia della pienezza che solo il pane spezzato ed offerto dona.


                                                                                                                    post dedicato a tutti i Tanino

mercoledì 1 aprile 2009

Sul tetto


Stende tovaglie al
vento e pensa al nipote
scalzo in cucina.

sabato 21 marzo 2009

Marcel

Appoggiati al muro grigio della cattedrale, i monellacci di Rue Saint German gridavano allegri. Uno di loro lo osservò un istante e subito iniziò a cercare qualcosa per terra. Marcel non vide nemmeno il signorino Duval, avrebbe avuto a disposizione i giorni successivi per pentirsi di una simile disattenzione, ma al momento non era lì, non con la mente almeno. Era andato da Monsieur Bonnet della libreria Bonnet ( libri nuovi ed usati dal 1876 ) per ritirare il suo libro.

Ogni settimana, da quando era diventato abbastanza forte da spingere la carriola del suo pà su e giù per il paese, Marcel ripuliva soffitte e scantinati dai loro ingombranti inquilini (perlopiù vecchi sofà e credenze tarlate) ed in cambio teneva le cianfrusaglie che colpivano la sua immaginazione di bambino intrappolato in un corpo da uomo.

Aveva imparato che lampadari sbilenchi potevano ancora dare gioia, convincendo il sole a rallentare per lui. Riteneva che la luce bianca fosse troppo veloce e nervosa per essere capita. Come lui tentava di parlare con gli altri, ma aveva tanta fretta e tante cose da dire... Era come se le parole fossero abitanti in fuga da una città in fiamme.

Godzilla se ne sta lì, a masticare l'auto degli ultimi ritardatari che fino alla fine sperano nell'arrivo dell'esercito e tutti corrono verso l'unico ponte con il risultato che nessuno riesce a mettersi in salvo. Nemmeno una minuscola frase di senso compiuto sfugge all'orribile mostro.
Solo che nel suo caso i lucertoloni radioattivi, quelli pronti a sbranarti dentro il maggiolone se
ritardi un momento, erano gli "altri" ed i suoi pensieri la città in fiamme.

Se metteva un pezzetto di cristallo alla finestra però, ecco che la luce sussurrava piano per lui ed il soffitto della sua stanza si tingeva di verde e blu ed azzurro e lui era il capitano Nemo nelle profondità del mare, il comodino una piovra viola che voleva attaccarlo ed il pavimento una fossa oceanica di magma bollente rosso e giallo e arancione.

Sapeva del Nautilus perchè una volta aveva parlato al signor Bonnet di certi malloppi ingialliti trovati dalla signora Clement. Questi li aveva esaminati e si era dato un colpo forte in testa che aveva fatto "mpaf" e Marcel aveva riso, perchè Monsieur era proprio buffo!

Si trattava di una "prima edizione rarissima, Marcel, rarissima" e se lo aveva ripetuto due volte doveva essere molto importante perchè quando mà gli diceva "sbrigati sbrigati" o "sciò sciò" era meglio non distrarsi! Si era fatto allora serio serio ed aveva chiesto a Monsieur Bonnet di leggergli qualcosa perchè lui non era capace. Sbalordito il vecchio lo aveva accontentato una volta ed un'altra ancora. Poi aveva deciso di insegnare al ragazzo a leggere perchè
lui non ci sarebbe stato per sempre e poi il negozio non va avanti da solo e mica posso ripeterti sempre gli stessi passaggi e....
Marcel aveva così scoperto i cristalli per far rallentare la sua anima.

Jacques Duval prese un sasso da terra, lo passò da una mano all'altra soppesandolo e, giudicandolo perfetto, si girò verso lo scemo. Richiamò l'attenzione degli altri monelli e sfoderando il suo miglior sorriso (un sorriso di quelli che le madri definiscono adorabili ed i vecchi crudele, "quel sorriso da far venire voglia di spaccargli tutti i denti a quel piccolo bastardo" - avrebbe detto più di qualcuno) lo scagliò contro Marcel e per un pò fu buio.

"Ehi, Marcel! Marcel! Su ragazzo, svegliati" - era monsieur Bonnet
" 'ao mossiè 'nnet " - biascicò aprendo gli occhi.
"Sant'iddio ragazzo, mi hai fatto prendere un colpo." disse e con le parole si distesero anche le rughe intorno alla bocca (ed al cuore)
"Ma dove guardi mentre sei per strada? Non ti eri accorto di quel piccolo...quel... accidenti a lui. Per fortuna stai bene."
"Guscia mossiè 'nnet!" - sorrise.
"Non puoi girare così, con quell'espressione da scemo, quando cammini per strada, figliolo. Perchè la gente, la gente ti guarda, Marcel! Sembra di no, ma lo fanno perchè dentro di loro non possono vedere quello che vedi tu, è come... è come se nella loro anima avessero solo pubblicità e volessero cambiare canale, ma non possono! Mi capisci, ragazzo? Mi capisci, vero?"

Marcel gli sorrise, si massaggiò la mascella dove presto sarebbe maturato un bel mirtillo, si spolverò le braghe ed andò via.

Monsieur Bonnet non seppe mai se Marcel avesse capito quello che voleva dire.
Di una cosa era certo, per la prima volta nella sua vita era chiaro a lui.

Le risa di quegli ometti in miniatura fecero rabbrividire l'anziano. Erano degli adulti bonsai, contorti alberelli che nel legno giovane portavano già i nodi di una malizia pronta a sbocciare nel fiore del disprezzo poco prima che nel frutto dell'odio. Ed i loro semi avrebbero corrotto la terra.

A Marcel ricordarono invece un branco di iene, grigie e curve iene dalla bocca viola e nera ed i denti gialli e le orecchie storte coperte di pelliccia grigia. Sorrise perchè dove ci sono le iene stanno i leoni che ruggiscono e le gazzelle che corrono ed i ghepardi che corrono più veloci delle gazzelle. E quando una gazzella corre lo fa per scappare dal ghepardo che se la vuole mangiare? O perchè se il ghepardo ha le macchie magari sta male e la gazzella il raffreddore l'ha già avuto quest'inverno e non vuole prenderselo di nuovo?
Ed il leone, mentre li guarda, che pensa?
Com'è forte il leone. Può pensare e fare quello che vuole tanto fa sempre lui la parte del leone. E' il re della savana. E' così importante!
Marcel si portò una mano al viso che aveva iniziato a pulsare piano e poi sempre più forte, come i tamburi degli uomini che danzano attorno al fuoco.


Si, era proprio nella savana. Il leone ruggì, ma lui gridò più forte seguito dagli sguardi silenziosi della gente tra i banchi al mercato di Place d'Alliance.

Era lui il vero re.

dedicato a te
che mi hai ascoltato
in quel pomeriggio di marzo